Beato Sante e Mombaroccio, una gita tra i colli marchigiani

Oggi vi voglio parlare di un Santuario nascosto tra giganteschi alberi di lecci e di una grande storia di fede. Come dice la mini brochure che ho appena terminato di leggere :

“Tutto cominciò con un rimorso”

E’ la storia di Fra Sante di Montefabbri, meglio conosciuto come Beato Sante Brancorsini, che, all’età di 20 anni, per difendersi dall’assalto di un parente lo uccise accidentalmente con la spada. Sconvolto per l’accaduto abbandonò la famiglia, la vita militare e si ritirò nella comunità monastica di Santa Maria di Scotaneto dove visse una vita di penitenza, di umiltà e di preghiera. Fra Sante non accettò mai di incamminarsi al sacerdozio in quanto si sentiva indegno ed inappropriato a perdonare i peccati altrui o a somministrare l’Eucarestia. Il suo unico desiderio era pregare per il perdono. Nella vita all’interno del convento volle sempre occupare l’ultimo posto, volle sempre affrontare i lavori più umili  e per 23 anni visse una vita di penitenze, di digiuni e nonostante ciò non si dette mai pace. Nelle sue preghiere chiese ripetutamente a Dio di provare le stesse sofferenze che aveva procurato all’amico e Dio esaudì questo suo desiderio. Una mattina Fra Sante si svegliò con una profonda piaga sulla coscia sinistra, piaga che non si rimarginò mai nonostante i medicamenti a cui fu sottoposto.

Ad un paio di chilometri da Mombaroccio una serie di tornanti, che si snodano tra colline e boschi, portano al Santuario del Beato Sante, da sempre meta di pellegrinaggi. Da queste parti non si può dire che non si respiri un’aria di pace e tranquillità.

Il complesso architettonico ha alle sue spalle ben sette secoli di storia e vita religiosa. La chiesetta di Santa Maria di Scotaneto, fondata dai frati francescani, risale al 1223. Non è possibile descrivere in un post le vicissitudini di questo Santuario e, quindi, non posso fare altro che rimandarvi al link della pro-loco di Mombaroccio e farvi fare un salto indietro nella storia.

Ma veniamo a noi, veniamo a questa gita alle porte di Fano e spingiamoci virtualmente in questo luogo solitario dove assaporeremo quell’aria di pace che lo circonda. Il complesso architettonico, costituito da Chiesa, Convento (sec. XIII) e Chiostro (sec. XVI), è sovrastato da un campanile in cotto rosato dalle forme slanciate.

La facciata della Chiesa è preceduta da un delizioso porticato ad archi. Non si possono non notare il portale in pietra risalente al ‘300 e le lunette poste ai lati del portale nelle quali sono raffigurati due miracoli del Beato Sante.

Al suo interno, la cui base della navata centrale è quella trecentesca, noteremo uno splendido Crocifisso  di scuola marchigiana risalente al XVI secolo (info. internet).

Nella navata seicentesca di destra si trova la cappella di San Francesco dove sono custodite le spoglie del Beato Sante.

Particolare attenzione meritano i frammenti di un antico pavimento in maiolica che è stato murato nella parete est della cappella. Da notare le vetrate istoriate, capolavori di Ulrico Montefiore, che rappresentano i cinque santi francescani delle Marche.

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Grazie alla gentilezza di uno dei pochi frati rimasti siamo riusciti a vedere il chiostro ornato da due pozzi ed il meraviglioso refettorio. E’ affascinante ascoltare la voce narrante di questi frati francescani che vivono con tanta dedizione la loro vita in questo antico luogo e amano condividere, con chi li ascolta, la storia di queste mura.

Entrando nel refettorio non si possono non notare gli eleganti soffitti del ‘500 opera dell’architetto Girolamo Genga ed i quindici ovali disposti lungo le pareti.

Soddisfatti della visita si riparte verso i vicoli di Mombaroccio dove ci attende un’altra visita interessante.

Non ci posso credere!! Sono già trascorsi quasi tre anni dall’ultima volta che mi sono aggirata tra i piccoli borghi delle colline marchigiane. Sono trascorsi tre anni da quando, con la mia canon al collo, immortalavo i vicoli di Cartoceto e, con fare incuriosito, passavo da una bancarella all’altra per scoprire le qualità di quell’olio DOP che avrei così volentieri caricato tutto in macchina. Oggi sono qui a Mombaroccio in questo borgo accoccolato su un colle a 325 m sul livello del mare. Non si respira quell’atmosfera gioiosa di tre anni fa. Il borgo è silenzioso, lo percorri con quattro falcate ed è quasi impossibile credere che in questo pugno di case siano racchiuse così tante sorprese. Il borgo o meglio il “castello” di Mombaroccio è cinto da mura quattrocentesche, torrioni e porte rimaste ancora intatte nel tempo. Si accede al borgo da Porta Maggiore fiancheggiata da due torrioni cilindrici e già parte il primo scatto verso questa singolare architettura risalente al XV secolo.

Attraversiamo la porta e siamo in via Guidubaldo del Monte sulla quale si affacciano importanti palazzi tra cui il Palazzo Del Monte, storica abitazione dell’illustre Guidubaldo.

Superato il palazzo si giunge, dapprima, alla settecentesca parrocchiale dei Santi Vito e Modesto e subito dopo si arriva nella minuscola Piazza Barocci sulla quale si affaccia la quattrocentesca torre Comunale e la chiesa di San Marco. Proseguendo si giunge a Porta Marina che volge lo sguardo verso il mare. Ma ritorniamo in piazza e fotografiamo il magnifico portale sormontato da un bassorilievo in pietra d’Istria raffigurante il Leone di San Marco.

Accompagnati da una giovanissima guida accediamo all’interno e, con dedizione, ci mostra, dapprima, i locali della sagrestia, nei quali è stato allestito un Museo di Arte Sacra, e subito dopo ci indica il percorso per accedere al chiostro nel quale sono state raccolte un centinaio di foto del ‘900.

Il Museo della Civiltà Contadina, allestito nei sotterranei cinquecenteschi dell’ex Convento dei Frati dei Girolomini, è l’esposizione che ci ha colpito maggiormente. E’ un’esposizione ricca di antiche attrezzature sia agricole che casalinghe. Ogni singolo oggetto è presentato con cura ed è minuziosamente catalogato e descritto. Basta uno sguardo per capire l’amore e la cura che è stata spesa per allestire uno spazio così affascinante. Si passa da una stanza all’altra e giù con scatti a gogò per documentare ogni singolo passo, ogni singolo oggetto.

C’è la stanza dedicata alla lavorazione della lana e del filo …

c’è quella del ciabattino

si passa in cucina con tanto di camino

e che dire della magnifica neviera, locale dove si conservavano al fresco gli alimenti.

C’è la stanza “Olearia” nella quale troviamo un magnifico carro agricolo utilizzato dai coloni nei campi. Si accede a cunicoli sotterranei, antiche vie di fuga che portavano fuori le mura,

e molto altro ancora …

Una visita molto interessante che consiglio vivamente a chi capita da queste parti. Ancora due passi tra i vicoli, lungo le mura e poi si ritorna verso il mare per il pranzo.

Sempre alla ricerca di localini sfiziosi, oggi si prova  “El Gatt” un ristorantino marinaro sul lungomare di Marotta.  A mio avviso il mare anche d’inverno ha sempre il suo fascino.

 

24 thoughts on “Beato Sante e Mombaroccio, una gita tra i colli marchigiani

  1. Reportage bellissimo, come sempre! 🙂 Bellissime le foto; alcune sembrano quasi trasportarti in un’altra epoca! Mi piacciono molto le foto scattate in chiesa; come sai apprezzo molto il genere! La foto del refettorio vuoto, in quella penombra, è bellissima! Il mare in inverno piace molto anche a me, soprattutto qando è impetuoso… Buon pomeriggio, cara Bea! 🙂

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    • Ma chissà dov’è finita la mia risposta. Avevo già apprezzato il tuo commento e concordo con te per l’emozione che ti crea il refettorio con quelle luci soffuse. Bello sai, ma, soprattutto, è la pace che regna in questi luoghi che ti ammalia. Io, tra l’altro, in questo periodo sono molto sensibile alle storie di fede e questa del Beato Sante mi ha particolarmente colpito. Chissà cosa passa per la mente umana. Ciaoo

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      • Ciao cara Bea, non so dirti dove sia la tua risposta; un paio di sere fa internet ha fatto un po’ i capricci, e forse in quell’occasione si sarà perso qualcosa per strada… chissà.
        Come puoi immaginare, le storie di fede interessano anche me : ho un paio di diari; uno è “Storia di un’anima”, di S. Teresa di Lisieux; l’altro è il “Diario della misericordia”, di S. Faustina Kowalska. Il primo l’ho già letto anni fa; il secondo non ricordo se l’ho già letto, quindi penso che lo leggerò tra un po’. Se vuoi ti consiglio comunque di leggere le Confessioni, di Sant’Agostino.. Ciaoo

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  2. Questa è una tappa da non perdere, i borghi delle colline marchigiane hanno talmente tante risorse da meritare una visita in tutte le stagioni dell’anno.
    Ci hai immersi generosamente dentro un reportage tra passato e presente ed è stato bello visitare questo complesso architettonico alle porte di Fano, respirare quell’aria ovattata e un po’ solenne che circonda tutto il paesaggio.
    Il Museo della Civiltà Contadina ha catturato anche me, è stato interessante scoprire vecchi attrezzi agricoli e domestici … senza le tue fotografie avrei perso la bellezza di tanti oggetti appartenuti al passato.
    Bravissima Bea, complimenti 🙂
    Un forte abbraccio ♥

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